Sanremo ’70. Il memorabile assolo di Michele Dancelli
Le lacrime gli scendevano a fiotti sul rettilineo finale in via Roma. Forse solo in quel momento si stava rendendo conto dell’impresa che aveva fatto.
Michele Dancelli era così. Attaccante sempre in fuga. E quella volta, alla Sanremo 1970, gli riuscì un colpo da maestro. Settanta chilometri da solo dopo altri 130 in compagnia di altri 16 corridori. Erano 17 anni che un italiano non vinceva la “Classicissima” di primavera. L’ultimo era stato Loretto Petrucci (1952 e 53).
Quel giovedì (si correva sempre il 19 marzo, San Giuseppe) Dancelli si sentiva molto bene. Provò anche un allungo dopo pochi chilometri. Ma era solo un assaggio. Poi toccò ad Aldo Moser e andò via una fuga con 17 corridori. C’erano tutti i migliori tranne Merckx e Gimondi.
Il gruppo lasciò fare. Arrivarono in cima al Turchino con 5 minuti di vantaggio, che si ridussero a 3 a circa 70 chilometri dall’arrivo.
“Era neanche una salitella”, ricorda Dancelli, “al massimo al 2 per cento”. Ma Michele partì e fece subito il vuoto. Solo Roger de Vlaeminck, che di classiche se ne intendeva, provò a rientrare ma il vento contrario non gli fu amico.
Dancelli andava. Dall’ammiraglia il direttore sportivo, Albani, gli ricordava continuamente di alimentarsi. Michele aveva perso più di una corsa per una crisi di fame. Ma non c’era niente da fare: le gambe del bresciano di Castenedolo andavano come non mai.
L’ultimo ostacolo era il “Poggio”, uno strappetto inserito nel 1960 a pochi chilometri dal traguardo. Dopo 280 chilometri anche un cavalcavia può mandare in crisi…
Ma non quella volta. Eccolo Dancelli in via Roma. A 100 metri dall’arrivo iniziò a piangere e andò avanti per minuti. Dopo 1 minuto e 39 secondi, arrivarono Kartens, Leman e Zilioli. Settimo Merckx, che aveva fatto una rimonta straordinaria.
"E ora ditelo che non sono solo un buon corridore" Dancelli ad Adriano De Zan
È vero era un campione e lo testimoniano le sue 84 vittorie (tra le altre, una Freccia Vallone, due titoli italiani, 11 tappe al Giro e una al Tour, oltre a due terzi posti ai mondiali del 1968 e 69).
Piangeva Michele e tutti volevano abbracciarlo. L’enorme coppa per il vincitore passò di mano in mano finché non si ruppero i manici.
Per Dancelli fu la vittoria più importante. E anche l’ultima o quasi. L’anno dopo, alla Tirreno Adriatico si ruppe un femore e non tornò più come prima.
Appese la bici al chiodo nel 1974, a soli 32 anni. Ma tutti gli appassionati conoscono e ricordano quel giovedì pieno di sole e di gloria.
Un giovedì da Dancelli
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