Perché Diavoli. Perché a Pedali.

Diavoli a Pedali.
Iniziamo da qui.

Il Diavolo è una figura mitica che ricorre spesso nel mondo del ciclismo, forse per via delle grandi montagne che i corridori si trovano ad affrontare, pedalando su delle lingue di sabbia e asfalto interminabili, immobili.

Cime bollenti che incutono terrore e che respingono chi non si presenta ai loro varchi con reverenza e rispetto.

Montagne nude, le cui scalate richiedono sforzi disumani, diabolici appunto, tanto da rendere necessario ristorare l’anima del malcapitato una volta arrivato in vetta, al cospetto di santuari, croci e cippi.

Il diavolo e la bici, un binomio perfetto, a partire dalla forma più leggendaria, quasi da tregenda, per arrivare a quella più nazional-popolare; come dimenticare il tifoso pittoresco che tutti noi abbiamo visto almeno una volta nella vita (dal vivo o anche solo in tv) intento ad incitare i corridori, nelle salite più dure del Tour e del Giro: abito rossonero, folta barba lunga e tridente in mano?

Nel nostro titolo però c’è anche dell’altro.

Questo spazio che vi presentiamo ha l’obiettivo di raccontare le gesta eroiche e memorabili scritte nel l’immenso libro del ciclismo da una lunghissima storia; ecco perché il nome di questo contenitore vuole condensare in pochissime parole i riferimenti stoici e pioneristici che andremo a narrare. 

Facciamo un passo indietro nel tempo.

Ci ritroviamo ad Asti, nei primissimi anni del Novecento, nel bel mezzo di una processione religiosa, forse un funerale.            

Davanti a noi c’è il parroco che guida il corteo liturgico e il coro dei fedeli.             
Ad un certo punto, provenendo in senso opposto, da una curva sbuca sfrecciando un ciclista in maglia rossa, che si dirige verso il nostro corteo: “Sta andando velocissimo, sicuramente ci colpirà!”       

Panico! Il corteo prosegue mentre la distanza col ciclista diminuisce a vista d’occhio: “ci sta venendo addosso! Ehi voi, frenate, frenate!”   
L’impatto sembra inevitabile, il corridore è lanciato a folle velocità, ma una grande caparbietà ed un’efficace abilità da circo gli permette di evitare l’impatto col curato e il seguito di fedeli.

Incidente evitato, spavento passato e cravatte risistemate; ma il parroco, ancora visibilmente scosso, si gira verso di noi e, ansimando, esclama:

“Chi a l’é cul lì? Ël Diav?”

Quello lì, il Diavolo, si chiamava Giovanni Gerbi.

La maglietta rossa che si ostinava a mettere sempre, anche dopo aver acquisito il diritto di indossare quella di campione italiano, completò il soprannome in “Diavolo Rosso”.

Quell’etichetta, formulata in un momento di paura e di spavento, fu tuttavia profetica ed estremamente azzeccata: sì, perché il Gerbi – uno dei primi, se non il primo pioniere del ciclismo italiano – divenne popolare anche per i suoi sotterfugi, spesso vere e proprie diavolerie (per l’appunto) miste a clamorose scorrettezze, che gli permisero di portare a casa trionfi, squalifiche, polemiche e di scrivere tra le più assurde e al tempo stesso memorabili storie di un ciclismo pionieristico, che divenne ben presto sport nazionale della monarchica Italia unita.

Un Diavolo rosso a Pedali, dunque, che vinse la sua prima vera corsa importante arrivando al traguardo anticipando corridori e… giudici di gara!

Diavolo di un Gerbi, diavolo a pedali!

Paolo Conte, più di un secolo dopo, gli dedicherà l’omonima canzone, calandosi nel suo passato e divenendo a lui un contemporaneo, ma col senno del poi, quasi consolandolo: “Diavolo Rosso, dimentica la strada, vieni qui con noi a berti un’aranciata, contro luce tutto il tempo se ne va”.

Un personaggio mitico, insomma, da cui prendiamo spunto per il nome e a cui dedichiamo il nostro primo articolo.

GIOVANNI GERBI (Asti, 20/05/1885 – Asti, 07/05/1954)

Trasferitosi a Milano da piccolo e cresciuto in bicicletta dopo essere stato cacciato da scuola per comportamenti rissosi, iniziò a farsi conoscere nel 1903, quando a soli 18 anni vinse la Milano-Alessandria e, in maniera incredibile, la Milano-Torino, sotto pioggia e vento. In quella gara Gerbi si presentò al traguardo tutto solo, in tremendo anticipo, a tal punto da non trovare nessuno ad attenderlo.
La giuria si era attardata in treno al seguito dei corridori, e Gerbi fu costretto ad attendere il loro arrivo in un bar (!). I giurati, sorpresi, credettero che la vittoria reclamata dal Diavolo Rosso non fosse altro che frutto di un sotterfugio e di una truffa, ma la testimonianza del barista convinse i giudici che aggiudicarono la corsa più antica d’Italia al piemontese.
Secondo, a 23 minuti di distacco, si classificò Giovanni Rossignoli, che ritroveremo in fondo al racconto.

L’anno dopo, nel 1904, Gerbi partecipò al Tour de France, che però fu costretto ad abbandonare dopo che, durante la seconda tappa (Lione-Marsiglia), intorno alle ore tre di notte, i corridori furono vittima di un agguato, che mise fuori gioco molti ciclisti, tra cui il Diavolo Rosso. Gli organizzatori al seguito della corsa spararono in aria per disperdere gli aggressori, ma il danno era stato oramai compiuto.

Arriviamo al 1905, anno in cui si corse per la prima volta il leggendario Giro di Lombardia.
Gerbi trionfò con 40 minuti di vantaggio; la leggenda narra che grazie ad una ricognizione del percorso fatta tempo prima della corsa, Gerbi avesse notato alcuni tratti pericolosi dei binari del tram. Durante la corsa, il Diavolo Rosso avrebbe fatto strada sulle canaline dei binari per poi discostarsi di colpo nei pressi di uno scambio, non dando così il tempo a chi era dietro di lui di scansare il pericolo senza finire a terra.

Nell’anno successivo, il 1906, Gerbi si aggiudicò il primo dei suoi tre Gran Piemonte consecutivi e la corsa di un giorno Brescia-Milano-Pallanza.

Quel che avvenne invece nel 1907, alla prima edizione della Milano Sanremo, fu davvero clamoroso: Gerbi si trovava in testa in prossimità del traguardo assieme a due francesi, il mitico Petit-Breton (amico e compagno di squadra) e Gustave Garrigou. Gerbi e Petit-Breton siglarono un accordo: al francese la corsa, all’italiano parte del compenso economico. Detto fatto: Gerbi fece da sparring partner ostacolando in maniera decisa Garrigou, con Petit-Breton che vinse la Classicissima.

Si arriva così ad ottobre, per la terza edizione del Giro di Lombardia, con Gerbi che trionfò per la seconda volta, con 39 minuti di vantaggio sul secondo.  In questo caso, tuttavia, la gioia durò poco: Il diavolo Rosso durante la corsa aveva elaborato un altro dei suoi diabolici piani. Si era accordato con degli amici che nel caso fosse riuscito ad arrivare in testa al passaggio a livello di Busto Arsizio, costoro avrebbero aperto le sbarre per poi richiuderle al passaggio degli altri corridori. Alcune testimonianze, non confermate, raccontano addirittura che gli stessi amici e tifosi di Gerbi si servirono di chiodi per rallentare ulteriormente la corsa degli inseguitori.
Il reclamo ufficiale degli avversari ebbe esito positivo, e la vittoria di Gerbi fu tolta l’indomani a favore di Garrigou, che quindi si riprese una clamorosa rivincita, con il Diavolo Rosso retrocesso all’ultimo posto.

Per Gerbi le conseguenze della squalifica furono tali da ricevere un divieto di partecipazione alle corse per ben due anni, che divennero poi sei mesi a seguito della rivolta popolare dei tifosi del campione astigiano.

Due anni dopo, nel 1909, si disputò la prima edizione del Giro d’Italia, corsa in cui, alla prima tappa, Gerbi dovette cedere a seguito di una caduta, probabilmente provocata da un giovane fan con l’intento di abbracciarlo.

Gli anni successivi furono molto complicati, sia per una condizione atletica che cominciava a spegnersi  sia per l’interruzione delle corse a causa della Grande Guerra.

Iniziò quindi la fase discendente del Diavolo Rosso, culminata nel 1920, al Giro d’Italia, quando venne squalificato (nonostante la rivolta dei suoi sostenitori) per essere stato sorpreso ad attaccarsi in corsa ad un sidecar.

Ritornò al Giro nel 1932, a 47 anni, finendo fuori tempo massimo al termine dell’ottava tappa.

La carriera ad alto livello si concluse con la vittoria del Giro del Monferrato alla suonata età di 56 anni.

Il Diavolo Rosso morì nel 1954, quando dopo una visita all’amico rivale Rossignoli, ebbe un incidente d’auto sulla via del ritorno a casa.
I medici gli consigliarono il riposo più assoluto, ma lui, diavolo fino in fondo, cercò di alzarsi fin dal giorno dopo:

se devo morire, voglio morire stando in piedi”.

Un embolo lo portò via il 7 maggio 1954, ad Asti, all’età di 69 anni.